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Cronache dal Rifugio di Pian Cavallone

di Daniela Bartolini
TAG Ambiente Arte e cultura Sostenibilità ambientale Stili di vita Viaggiare
24 agosto 2017

Lorenza e Paolo hanno deciso di cambiare vita, di seguire un sogno e mettersi alla prova. Dal Rifugio di Pian Cavallone, nel Verbano, vi raccontiamo la loro storia di amanti della montagna e gestori. Alla scoperta di un altro modo di stare al mondo.

“Nei prossimi giorni saliremo in rifugio e rimarremo "nelle terre alte" fino a fine settembre.
Prima di salire ci teniamo a condividere un paio di pensieri su quello che un rifugio può offrire e su cosa può rappresentare.
Nessuna verità assoluta, solo il nostro pensiero.
Che ruolo dare al rifugio e al lavoro di gestore di capanna oggi?
Certamente, ancora oggi, hanno un valore l'accoglienza e l'atmosfera che il gestore di rifugio riesce a creare e le conoscenze del territorio e i consigli alpinistici che può dispensare. 
Ma è veramente tutto qui?
Crediamo che uno degli aspetti più interessanti, ora, sia divulgare e far conoscere la cultura delle "terre alte" perché ridurre la montagna al grado di difficoltà di una via o ai tempi di percorrenza di un sentiero è veramente riduttivo.
La montagna è un ambiente complesso, fatto di tante attività e conoscenze nel quale muoversi con rispetto e, quando necessario, con timore, come facevano i nostri vecchi.
Il ruolo del rifugio e del rifugista non deve essere solo quello di punto di appoggio e ristoro in un ambiente che rischia sempre più di diventare un parco giochi o una palestra a cielo aperto.
Il sentiero che si deve percorrere è anche quello di educare, divulgare, preservare e appassionare ad un modo di vivere "altro" attraverso incontri con addetti al settore e con chi in montagna ci è nato, ci vive e ci lavora.”

6 giugno 2017, Lorenza e Paolo.

Sto finendo “Le otto montagne” (Paolo Cognetti, Einaudi, Torino, 2016) mentre leggo queste parole e immagino Lorenza e Paolo al Rifugio di Pian Cavallone, saliti a giugno per restare. Così prendo il telefono e chiamo, risponde Paolo. Qualcosa tra le pagine del libro e le sue parole risuona. Paolo è originario di Monza, fin da piccolo i suoi gli hanno trasmesso la passione per la montagna e fin da piccolo ha sempre avuto in testa questa idea del rifugio perchè “invidiavo un po' le persone che alla sera non dovevano tornare giù a valle ma che potevano rimanere in montagna”. Un po' come Pietro e suo padre, protagonisti del libro di Cognetti, cittadini milanesi per cui la montagna è diventata solo una stagione e il ritorno alla città uno scontro con la realtà e una vetta lontana. Ma questa è un'altra storia...

Paolo Malvezzi ha deciso di cambiare vita, tra i sogni di bambino e il presente quel desiderio è stato accantonato per un lungo periodo tra studio e lavoro fin quando quattro anni fa ha deciso di provare a vedere se l'esperienza della vita in rifugio potesse davvero essere adatta a lui. Si è licenziato ed ha iniziato a lavorare come dipendente in alcuni rifugi, scoprendo la sua strada e direzione. Lorenza Cannizzaro, di Milano, Paolo la conosceva già, come si conoscono quelli che frequentano le montagne, lei aveva già esperienze di gestione e si sono ritrovati a lavorare insieme in una stagione invernale in un rifugio. Da qui lo scorso inverno la decisione di partecipare ad alcuni bandi “per prendere un rifugio nostro, metterci alla prova”.

L'occasione si è presentata vincendo il bando di assegnazione del Rifugio Cai Verbano del Pian Cavallone, rifugio storico costruito nel 1882 e ristrutturato l'anno scorso, rinnovato con nuova pavimentazione in legno, nuovi serramenti a più alta efficienza energetica, letti e materassi e un impianto elettrico dotato anche di pannelli fotovoltaici.
Posto su un declivio soleggiato, a oltre 1500 metri di quota, è uno un balcone con vista sul Lago Maggiore, sulle aree del Parco Nazionale della Val Grande, sulla catena del Monte Rosa e sulle Alpi svizzere. 24 posti letto in camerette da 4 letti, due ampie sale da pranzo, “(...) lo si vede biancheggiare dal basso, dal lago e dalle contrade di Intra, sulle pendici del Toden, ai piedi della Marona e il vederlo in quella posizione è subito un invito ad andarci. E così è stato per anni e anni, per coloro che volevano salire alla Marona, quando per andarci bisognava partire a piedi da Intra, per coloro che volevano fare la traversata Miazzina, Marona, Zeda, Colle, Premeno, per coloro che volevano percorrere il sentiero Bove dalla Zeda alla Laurasca e a Bocchetta di Campo, per coloro che volevano inoltrarsi, passando da quel colle, verso la Val Pogallo o verso la Val Cannobina ed anche per chi semplicemente voleva trascorrere momenti di pace godendosi dall'alto un panorama di incomparabile bellezza” (da “i cento anni del Rifugio al Pian Cavallone”).

La sua bellezza è innegabile ma quello che mi interessa di più è sapere come sta andando, che aria si respira tra le “terre alte” attraverso chi decide di attraversarle.
“Un rifugio è, per sua natura, un luogo semplice, deve essere rifugio nel vero senso della parola-ci racconta Paolo- rifugio per corpo e mente. Crediamo che il compito del gestore sia, oltre a quello di gestire la struttura, anche e soprattutto quello di offrire un luogo ospitale, un luogo che sia “casa”, a chiunque passi e decida di fermarsi, che sia per pochi minuti o per una notte. Il rifugio diventa casa prima di tutto per chi ci lavora, casa che viene aperta e condivisa con chi è di passaggio. Aprirsi agli altri vuol dire imparare e insegnare il rispetto, del rifugio, della montagna in generale, del lavoro di chi vive la montagna. Crediamo che un rifugio debba essere un luogo semplice, dove un sorriso e un “ben arrivati” valgono molto di più di servizi stellati o lussi superflui.”

“Questa prima stagione è stata abbastanza soddisfacente, abbiamo registrato un discreto passaggio, non è ancora quello che vorremmo che fosse il rifugio ma va bene. Sono arrivati tanti stranieri, molti tedeschi in vacanza sul lago, anche famiglie con bambini, e questo è bello perché è un modo di avviarli alla montagna. C'è tanto passaggio ma non sono ancora molti quelli che vivono completamente il rifugio, che è quello che vorremmo, fermandosi a dormire per poi partire per escursioni più lunghe. La maggior parte degli italiani fino ad ora lo ha vissuto più come luogo di gita, meta giornaliera o tappa di sosta e ristoro. Questa è però anche una fase di conoscenza reciproca, dobbiamo conoscere noi bene l'ambiente e farci conoscere, proporre idee per realizzare quello che abbiamo in testa. Quello della Val Grande è un territorio bellissimo ma anche selvaggio, impervio, impegnativo.”

Paolo e Lorenza hanno fatto la scelta di tenere aperto il rifugio tutti i giorni, da giugno a settembre, “l'estate è una stagione dove c'è più libertà di muoversi, meno vincoli lavorativi e il rifugio è un punto di riferimento, e anche un punto di sicurezza. Anche se non siamo in una zona remota, sapere che c'è un luogo sempre aperto, è una buona cosa per chi va in montagna. Qualcuno passa sempre”.
Gestire un rifugio in due persone è una scelta di vita impegnativa “perché ci si deve alternare anche per la spesa e si rimane soli in rifugio ma ci si fa - prosegue Paolo- Nel fine settimana quando c'è più affluenza, qualche amico sale a darci una mano”.

Nella mia testa affiora una domanda scomoda ma essenziale: si riesce a sopperire a tutti i bisogni con questo lavoro?
“In montagna si impara che sono poche le cose davvero necessarie. Si reimpara a stupirsi della semplicità, a gustarla. La fatica viene ripagata dagli splendidi paesaggi. Il rifugio è questo e deve esserlo per tutti: semplicità, silenzio, fatica e splendore - risponde Paolo – È un cambio di vita soddisfacente, è quello che mi piace fare ed offre anche una certa libertà ma non si riesce a vivere solo di questo, bisogna integrare. Da settembre fino a giugno, gli scorsi anni ho lavorato come accompagnatore di viaggi e gite scolastiche, quest'anno lo farò ma meno perchè vorremmo riaprire presto in primavera. È un modo di vivere diverso, che implica anche ridimensionare le aspettative e le esigenze, non c'è spazio per il lusso, ma è una scelta.” Possibile.

Dal 30 settembre il rifugio rimarrà aperto solo nel fine settimana finchè il tempo lo permetterà.
“Il nostro modo di vedere il rifugio è anche come punto di divulgazione anche dei modi di vivere legati alla montagna, vorremmo inserirlo in un contesto più ampio. In questo stesso territorio abita il pastore, il coltivatore, persone che hanno fatto scelte di vita ancor più difficili e radicali della nostra. Tramite il rifugio vorremmo far conoscer gli sforzi di tutte le persone che vivono in montagna come i piccoli produttori locali che fanno con passione e spesso poco riconoscimento il proprio lavoro.”

Durante l'autunno quindi il rifugio proporrà una serie di incontro nei fine settimana per divulgare la storia di questo posto e della montagna in generale. “Già il 16 settembre ospiteremo uno spettacolo teatrale sulla resistenza ispirata a fatti realmente accaduti. La montagna è stata, nel corso degli anni, rifugio in molti sensi.”
Ci saranno poi due presentazioni di libri. Il 30 settembre una chiacchierata ed escursione con Franco Michieli, geografo, esploratore, redattore per molti anni delle riviste "Alp" e "La rivista della montagna", sul tema "la vocazione di perdersi". Si parlerà della montagna vissuta senza carte nè gps, solo leggendo la sola natura, interpretando le forme del territorio così come ci si presentano, osservando i movimenti apparenti del sole e della luna, decifrando il reticolo fluviale, navigando nella nebbia secondo la direzione del vento.
Il 14 ottobre salirà in rifugio Luigi Nacci per presentare il libro “Viandanza-Il cammino come educazione sentimentale”.

"Sulla strada per Santiago, così come lungo la via Francigena, il pane si divide, le porte non si chiudono, le cose di cui si ha bisogno sono poche, ogni gesto è gratuito: è la scoperta di un altro modo di stare al mondo."


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