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PIF, Don Ciotti e il magistrato Caselli uniti contro le mafie

di Roberto Vietti
TAG Educazione Informazione e comunicazione Integrazione sociale Lavoro Legalità Stili di vita
20 novembre 2017

“Piemonte in Ascolto”, dal 6 al 22 Novembre, sta portanto esperti di mafie e corruzione a confrontarsi con la cittadinanza. Abbiamo seguito l'incontro “Raccontare la lotta alle mafie” con PIF, Don Ciotti e Caselli organizzato a Torino nella sede del gruppo Abele con PIF. Vediamo come è andata.

TORINO - Un grande progetto nazionale, partito nel novembre dello scorso anno, per promuovere la responsabilità contro le mafie e la corruzione.

“Piemonte in ascolto”,dal 6 al 22 novembre, sta portando esperti del tema a confrontarsi con la cittadinanza, per comprendere quanto la nostra regione percepisca questi fenomeni e quanto siano presenti e radicati.
Un ricco calendario che ha visto Venerdì 10 Novembre avvicendarsi sul palco della graziosa sede del Gruppo Abele di Torino - in un interessante intreccio tra impegno politico, sociale e culturale - Don Ciotti, Gian Carlo Caselli e Pierfrancesco Diliberto, ai più noto come PIF.

Tre persone che non necessitano di presentazioni. La serata intitolata “Raccontare la lotta alle mafie”, con ospiti di questo calibro, non poteva che farsi interessante, a tratti ironica e a tratti fortemente densa di contenuti e impegno. Impegno che Don Ciotti, ispiratore e fondatore del Gruppo Abele e di Libera, Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo dal 1993 al 1999 e Pierfrancesco Diliberto, regista tra gli altri de “La mafia uccide solo d'estate”, ha assorbito – in maniera e a livelli diversi – la vita dei tre convenuti.

“Le vittime di mafia sono figure rivoluzionarie, in quanto portatori di legalità”. Inizia con queste parole l'intervento di Gian Carlo Caselli. Il pubblico a malapena si era seduto composto in sala, ma in pochi secondi la conversazione aveva già preso una direzione netta. “Viviamo in un paese in cui, agli occhi dei cittadini, lo Stato troppo spesso si manifesta soltanto con i volti impresentabili di tanti personaggi eccellenti che con il malaffare hanno scelto di convivere, se non peggio.” E continua il suo discorso dicendo che “le vittime di violenza mafiosa sono state soprattutto straordinarie portatrici di credibilità. Hanno restituito lo Stato alla gente, e così la gente ha trovato una forma alla frase Lo stato siamo noi”.

Estende l'analisi Don Ciotti, che incentra il suo intervento sul concetto di responsabilità. “E' una parola che dobbiamo fare tutti di più nostra, nessuno escluso”. Perché nella responsabilità si trova la memoria, “e non la sua retorica, come spesso e in tante circostanze abbiamo visto”. Il tono della sua voce si fa profondo e sempre più forte. “Una memoria viva”. Qualche secondo di silenzio, e poi con maggior impeto: “Una memoria viva! La conoscenza è la via maestra del cambiamento. Dobbiamo accompagnare – e non portare - i ragazzi alla conoscenza. Accompagnare per conoscere. L'abbiamo detto tante volte e tante volte abbiamo anche detto che la cultura è la sveglia delle coscienze”.

Tante sono le emozioni che Don Ciotti e tutto il movimento di Libera ha vissuto e generato in questi anni. Tuttavia, ci ricorda che “le emozioni si devono trasformare in sentimenti, in responsabilità”. E' necessario combattere quotidianamente l'indifferenza, la delega “ed anche una malattia terribile come la rassegnazione”.

Libera, un movimento che dal 1995 è coinvolta in un impegno non solo “contro” le mafie, la corruzione, i fenomeni di criminalità e chi li alimenta, ma profondamente “per”: per la giustizia sociale, per la ricerca di verità, per la tutela dei diritti, per una politica trasparente, per una legalità democratica fondata sull’uguaglianza, per una memoria viva e condivisa, per una cittadinanza all’altezza dello spirito e delle speranze della Costituzione.

“Il desiderio e il sogno è stato quello di aiutare l'Italia a prendere coscienza che questo problema non è un qualcosa che riguarda solo qualche regione del Sud ma bensì tutto il paese”. E aggiunge, in modo drastico. “Vergogna! A coloro i quali scoprono solo adesso le mafie del Nord”. In effetti sono passati già più di trent'anni dalla morte a Torino del procuratore della Repubblica Bruno Caccia, per esempio.

E così chiude il suo intervento, ricordandoci l'importanza del 21 Marzo, giornata in memoria delle vittime di mafia che dalla scorso anno è divenuta legge dello Stato. Quest'anno verrà celebrata a livello nazionale a Foggia. Ancora una volta per ribadire come sia importante conoscere e ricordare.

Dopo due interventi tanto forti e intensi, è giunta l'ora di ascoltare PIF, che fin da subito – nonostante l'importanza e la serietà dei temi discussi - riesce a mettere quel pizzico di sua inimitabile ironia. “Da regista non pensavo potesse andare a finire così, di essere su un palco con Ciotti e Caselli a parlare di mafia. L'idea iniziale era quella di raccontare questo mondo in un modo nuovo”. Il suo film “La mafia uccide solo d'estate”, viene spesso proiettato nelle scuole. “Da un lato mi fa piacere, dall'altro mi preoccupa. Perché quando ero piccolo andavo dalle suore e mi facevano sempre vedere Marcellino pane e vino, un film che mi terrorizzava”. Suore con le quali non si parlava di mafia. “Non perché fossero colluse, ma perché non era un problema di cui parlare”. Estendendo la questione a livello più generale “non abbiamo mai negato l'esistenza della mafia palermitana, anzi. Si negava – aggiunge Pierfrancesco - la pericolosità, e questa era la cosa peggiore”.

E approndisce questa tema. “La lotta alla mafia era una cosa che riguardava i magistrati. Li mitizzavamo”. Eppure Pif si è chiesto: Cosa stavano tutte le persone citate nel film vittime di mafia quando sono state uccise? C'era chi andava in chiesa, chi andava a lavoro, chi leggeva un libro. Borsellino stava portando la mamma dal medico, ad esempio. “Fa impressione, erano banalmente delle persone normali”. Aver visto questa cosa “mi ha messo in crisi”. Così PIF – nell'ambito cinematografico – potrebbe essere come Paolo Borsellino.

E' arrivato il momento di allargare il recinto dell'antimafia. “Quando mi dicono che sono un regista antimafia, significa che allora Muccino è promafia?”. Ci confida che “a Palermo quando c'è il maxiprocesso sulla mafia è un po' come uno sport nazionale: le persone guardano dalla finestra per vedere come finisce la corrida. E molti tifano per il Toro”. Questo atteggiamento di aspettare come finisce la corrida, fa venire il nervoso. “Tutti insieme dovremmo muoverci per combattere ogni forma di mafia, “comprando la benzina dal benzinaio antimafia o comprando il pane dal panettiere antimafia”, vedasi ad esempio l'incredibile esperienza di AddioPizzo.

“Mi emoziona tanto – ammette PIF - essere qua vicino a questi due signori. Mi ricordo quando facevo il cameramen a Palermo e vidi questo signore (indicando il dott. Caselli, ndr) circondato da quattro poliziotti con fucile a pompa. Giusto per farvi capire cosa doveva passare”.
Immagina l'impegno e la lotta contro ogni forma di mafia come una catena che non si può fermare. “Non si ferma – e non si fermerà – solo se non lo vogliamo noi”.

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