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Pollici al verde, anche il carcere è parte della comunità

di Roberto Vietti
TAG Integrazione sociale Stili di vita
28 febbraio 2017

Pollici al verde é un progetto all'interno della Casa Circondariale di Biella per promuovere e sperimentare modelli per favorire il reinserimento sociale e lavorativo di persone coinvolte dal sistema della Giustizia. L’iniziativa parte dalla Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri di Torino ONLUS ed é portata avanti con le associazioni volontaristiche locali.

BIELLA - Oggi è una giornata particolare. Andremo in carcere. Colazione gentilmente offerta da Valeria, la moglie di Andrea di EdilCasa. Li salutiamo e ci muoviamo verso la Casa Circondariale di Biella. Purtroppo il triciclo vuole farci dannare anche il penultimo giorno di viaggio. Ovviamente è sempre Roberto che guida questo mezzo quando succede qualcosa di negativo, sembra avere una maledizione quando ci pedala sopra. Buchiamo la ruota posteriore nel centro di Biella e siamo costretti ad abbandonare i mezzi vicino all’ufficio di Novacivitas Srl, che abbiamo incontrato qualche tempo fa.

Ci viene a recuperare Veronique del gruppo Biellese in Transizione, che con pazienza e dedizione ci ha sempre assistito nel nostro tour. Giungiamo in carcere in leggero ritardo. Oggi presentavano il progetto Pollici in Verde. In molti erano presenti, tra i quali il vice sindaco di Biella, così come i nostri amici Ettore di Coltiviviamo e Andrea di VermognoVive.

Pollici in Verde è il progetto all’interno della Casa Circondariale di Biella per promuovere e sperimentare modelli per favorire il reinserimento sociale e lavorativo di persone coinvolte dal sistema della Giustizia. L’attività presente all’interno della Casa Circondariale di Biella da una parte consta di una ricca filiera di interventi legati alla vita dell’istituto di pena, dall’altra di inserisce all’interno di un sistema di relazioni con il territorio ben sintetizzato con le strutture della Caritas Diocesana. In particolare, con il progetto Pollici al Verde, si effettuano con i detenuti le seguenti attività:

- Ciclo del compost, utilizzando gli scarti organici provenienti dai detenuti e dagli sfalci verdi legati alla manutenzione del verde interno;
- Vivaistica e taleaggio, per la riproduzione delle piante da orto inizialmente resa possibile dal ripristino di funzionalità della serra stabile;
- manutenzione del verde all’interno delle mura detentive;
- messa a coltura di una zona pari a circa 5000 mq, per la produzione di verdure utili ad alimentare il rapporto di collaborazione con la Caritas, oltre che per il consumo interno degli allievi del corso e per la realizzazione di iniziative specifiche, quali la produzione della passata di pomodoro o la coltivazione di piante officinali.

Incontriamo Alfredo Sunder, agronomo responsabile del progetto. Abbiamo avuto modo di parlare con molti detenuti. Said, marocchino, ci chiede una fotografia dato che Edoardo ha una maglietta con la bandiera del suo paese d’origine. Di lì iniziamo una lunga chiacchierata. Ha ventitré anni ed è padre di un bambino che ora vive in Puglia. Oggi è proprio il giorno della fine del Ramadam, e gli manca maledettamente poterlo celebrare con i suoi amici al di fuori. Per arrivare in Europa è dovuto stare sotto un camion appeso per più di un’ora.

Camminiamo intorno alla struttura e i detenuti che ci vedono dalle finestre delle loro celle ci urlano. Non pronunciano parole ma dei suoni che un po’ ci inquietano. Said, il ragazzo marocchino ci spiega il motivo: quando si è per così tanto tempo in quella piccola stanza quando vedi un umano ti viene spontaneamente da urlare. Continuiamo la passeggiata tra gli orti che i ragazzi stanno curando. La cosa bella è che per pranzo mangiamo proprio i prodotti dell’orto, cucinati e preparati dal team di detenuti. Roberto si siede sulla panchina a gustare una gustosa pizza preparata dai detenuti e inizia a chiacchierare con Kalid, tunisino.

Si apre subito, raccontando la sua storia. E’ in Italia da vent’anni. Arrivato a Genova, è caduto nel giro della droga. Spiega come funziona il mercato da quelle parti. Negli anni novanta solitamente durante il giorno la commercializzazione delle sostanze di stupefacenti era gestita da dei napoletani, mentre di sera era principalmente divisa tra marocchini e tunisini. Ogni via aveva spacciatori suddivisi in base alla città di provenienza. Se venivi da una determinata città potevi lavorare soltanto in una determinata via. I guadagni erano alti, si parla di tre milioni delle vecchie lire al giorno (1,500 € odierni). A lui ne rimaneva un terzo, cioè un milione di lire pari a 500 €. Immaginate quanti soldi girano attorno a questo mondo.

È molto contento del progetto Pollici in Verde, gli permette di imparare una professione che spera di riutilizzare una volta uscito dal carcere. E’ un modo per connettersi alla natura, imparare e scoprire qualcosa di completamente nuovo per lui. Kalid ci racconta del fratello. Anche lui era arrivato in Italia, decidendo di lavorare in modo onesto e serio. Ha fatto l’operaio per anni sino a quando la ditta è andata in crisi. Per questo ha poi avuto il diritto di ricevere degli assegni per la disoccupazione. Era sposato con una ragazza polacca e viveva in Puglia. Giunto il momento di andare a ritirare gli assegni che gli spettavano, hanno incominciato a comunicargli che gli stessi erano già stati ritirati da qualcun altro. Ciò ha insospettito il fratello che ha denunciato il fatto alle autorità competenti. Dopo pochi giorni è scomparso ed è da anni che non hanno più notizie di lui. Quando Kalid sente la madre al telefono, le chiede sempre se ha notizie del figlio svanito. Per questo, quando uscirà dal carcere, andrà in Puglia per capire cosa è successo al fratello.

Si chiude così l’aperitivo, tra l’altro abbondante e sostanzioso. Abbiamo ancora modo di fare una chiacchierata con Alfredo, il responsabile del progetto, che ci racconta della sua storia legata al carcere. Non avrebbe mai immaginato, la prima volta che ci era entrato, di poterci rimanere all’interno per venticinque anni. Pensa che il carcere sia parte della comunità e per questo deve essere considerato nelle decisioni che coinvolgono la città. Sotto un sole cocente ripariamo il nostro mezzo, che però non ci da sufficienti sicurezze e per questo lo lasciamo riposare e proseguiamo con la Vespa di Edoardo per gli ultimi due incontri del nostro viaggio.

DAL DIARIO DI VIAGGIO DEL BIELLESE CHE CAMBIA

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