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Le storie

#2 - Michelangelo Pistoletto: il cambiamento è un richiamo della necessità

Arte e cultura

di Daniel Tarozzi - 10 febbraio 2017

Dopo Maurizio Pallante è la volta di Michelangelo Pistoletto, probabilmente l'artista italiano vivente più famoso al mondo. Eppure in Italia non tutti lo conoscono. Pistoletto non è solo un artista fuori dal comune. E' soprattutto un "arti-vista", una persona che ritiene che l'arte, quando non è al sevizio del cambiamento, non può essere definita arte.

Quanto segue è tratto dai diari che ho scritto durante il mio viaggio nell'Italia che Cambia.

Purtroppo in Italia non tutti conoscono il Maestro Pistoletto, nonostante sia senza dubbio uno dei più grandi artisti viventi al mondo. Io, che fino a qualche tempo fa ero tra coloro che ne ignorava l'opera, ebbi modo di scoprirlo in occasione di un documentario che realizzai a Sarajevo. Ero quindi preparato al suo spessore culturale e al suo carisma, ma sono rimasto ugualmente colpito dalla sua intensità e dalla sua forte personalità.

Quando incontri un grande artista, un artista “per davvero”, non “per boria”, lo capisci subito. L'aria intorno a lui è più rarefatta, le parole sono più dense, i gesti più veri.

Dopo esserci trovati inseriti nelle foto di inaugurazione del S.U.S.A. – novelli Forrest Gump – non ci siamo certo lasciati sfuggire l'occasione di intervistarlo. Seduti in una piccola sala della biblioteca, con la telecamera che quasi mi impedisce i movimenti, ascoltiamo Pistoletto ripercorrere la sua poetica.

Parte subito “a bomba”: «Siamo co-creatori e dobbiamo co-creare il cambiamento, diventare protagonisti, avere il coraggio delle nostre azioni – ci dice –. Quando c'è l'armonia non esistono sacrifici. Come si può affermare, ad esempio, “mi sacrifico per i figli”? Quando fai qualcosa con amore non è un sacrificio, è una scelta!» Gli chiedo quale sia il ruolo dell'arte in questo momento storico e in che modo possa eventualmente contribuire al cambiamento. «L'arte può contribuire al cambiamento del mondo, ma bisogna volerlo – mi spiega –. Gran parte degli artisti non lo vogliono. Magari si dedicano ad un'operazione artistica significativa, ma non lo fanno con dichiarazione e coscienza».

Secondo lui, comunque, tutto ciò che è fatto in nome dell'arte, in qualche maniera, ha una funzione sociale, che lo si voglia o meno. «L'arte smuove la parte spirituale della persona; una spiritualità non codificata, non incasellata, non coercita, ma vera, complessa, aperta, dinamica. Anche chi si dedica alla “pittura della domenica” sente che c'è un richiamo spirituale nel far qualcosa di differente da quella che è la quotidianità precondizionata, preconfezionata».

La conversazione continua toccando temi spinosi quali la libertà, la pace, la democrazia. «La libertà di per sé non vale nulla senza la responsabilità. L'arte quindi ha una grande responsabilità. Bush ha inventato la guerra preventiva, noi dobbiamo inventare la pace preventiva!».

Infine, una presa di posizione dura verso le religioni occidentali: «Non ci può essere democrazia dove ci sono religioni monoteiste che, generalmente, prevedono “direzioni dall'alto” e in alcuni casi assolutismo. Il cambiamento deve quindi avvenire attraverso un'idea nuova di spiritualità che può venire dall'arte, dalla necessità. Il cambiamento è un richiamo della necessità, un richiamo gridato a gran voce dalla nostra società contemporanea».

Vai all'articolo completo su Italia che Cambia

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