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Le storie

#20 - Etinomia, dai No Tav all’imprenditoria etica. Quando una valle si fa comunità.

Economia Imprenditoria Lavoro e imprenditoria

di Daniel Tarozzi - 10 maggio 2017

Nel 2012 intervistammo Daniele Forte, di Etinomia, "Economia Etica", un consorzio di decine di imprenditori e associazioni che si mettono in rete uniti da valori condivisi e da un'altra idea di economia. Sono passati cinque anni, ma Etinomia resta - nel suo genere - una delle realtà più originali e innovative in Italia. Vi proponiamo quindi la video-intervista.

“Stiamo provando a portare dei principi etici all’interno dell’attività imprenditoriale. A mettere in atto un sistema nuovo, superare anche il concetto di concorrenza. Porre al centro il bene comune, cercando di superare l’arricchimento personale basato sullo sfruttamento della comunità”. È già strano sentire parole come queste saltar fuori dalla bocca di un imprenditore italiano. Diventa ancor più strano se questo imprenditore vive e lavora in quello che ci viene presentato ogni giorno dai media come una sorta di far west, dove branchi di violenti, facinorosi e terroristi scorrazzano liberamente e compiono i loro atti quotidiani di violenza e intimidazione. Ma facciamo un passo indietro.

C’è un luogo in Italia dove lo Stato spende in media 100mila euro al giorno per la sicurezza, sottoposto ad una sorveglianza massiccia e costante, dove ci sono militari e poliziotti schierati ad ogni angolo. È il luogo più militarizzato d’Italia. Ed è un cantiere. No, se state pensando ad una betoniera, qualche manovale e due vecchietti attaccati alla rete che commentano sdegnati come ai loro tempi quel muro là sarebbe stato più dritto siete fuori strada. Siamo in val di Susa e il cantiere in questione serve alla costruzione di una delle opere più grandi, dispendiose e discusse degli ultimi vent’anni: il tunnel per la nuova linea ad alta velocità Torino-Lione.

La questione è annosa. Quando a metà degli anni Novanta fu presentato il primo progetto i valsusini reagirono con veementi proteste. La loro valle sarebbe stata deturpata da una linea ferroviaria e da un tunnel che avrebbe forato le montagne per risbucare 57 chilometri più in là, in territorio francese. E vi era un rischio enorme di inquinare le falde acquifere di tutto il bacino idrico del torinese, dato che nella roccia che si voleva perforare erano presenti in notevole quantità amianto e uranio. Tutto per realizzare una grande opera che appariva perlopiù inutile, visto che la linea ferroviaria preesistente era sottoutilizzata.

Nasceva allora quello che sarebbe diventato negli anni il movimento più longevo d’Italia, un esempio per le molte realtà sorte successivamente, che avrebbe pian piano esteso la propria visione e si sarebbe evoluto da movimento di opposizione ad un’opera, a movimento di opposizione ad un intero modello sociale, infine a movimento costruttivo e propositivo. Il movimento No-Tav.

Ma questo non lo leggerete sui libri di storia, né sui giornali (perlomeno non sulla maggior parte di essi). Per i media il movimento No-Tav è ancora oggi espressione di un gruppo di violenti retrogradi e affetti dalla famosa sindrome di nimby (acronimo inglese che sta per not in my back yard e che indica la reazione egoistica di chi si oppone alla realizzazione di qualosa solo perché non la vuole “nel proprio giardino”).


È anche per questo che neppure due anni orsono un gruppo di imprenditori locali vicini al movimento No-Tav, stufi di essere continuamente associati alla violenza o nella migliore delle ipotesi additati come lagnoni e distruttivi, si sono uniti per dimostrare che erano in grado di fare ben altro. “Siete contro il progresso, il Tav porterà lavoro e arricchirà la valle!” veniva loro ripetuto costantemente. Ma nella loro visione distruggere l’ambiente non era sinonimo di progresso e far confluire miliardi di euro pubblici nelle mani di pochi privati non era un buon modo per “arricchire la valle”.

Leggi l'articolo completo su Italia che Cambia!

(Articolo scritto da Andrea Degl'Innocenti. Video-intervista di Daniel Tarozzi).

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