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Le storie

#40 - Valli Unite, dove rinasce l’orgoglio contadino

Agricoltura Economia Lavoro e imprenditoria Sostenibilità ambientale

di Alessia Canzian - 5 settembre 2018

Ottavio Rube, fondatore di Valli Unite, ci ha raccontato il valore positivo della campagna, sia come strumento in grado di garantire un futuro migliore, sia come strumento di riscatto sociale. In un'ottica di rispetto e condivisione, dove il motto è “lasciare la terra meglio di come si è trovata”.

Siamo a Costa Vescovato, un comune dei Colli Tortonesi, precisamente sul cosiddetto Appennino delle Quattro Province, un crocevia tra Alessandria, Pavia, Genova e Piacenza. In questo territorio, fortunatamente ancora non troppo antropizzato, si estendono i boschi e i campi della Cooperativa Agricola Valli Unite.

“Io sono nato in questo comune”, afferma Ottavio Rube, fondatore e presidente della cooperativa. “Sono figlio di contadini, come gli altri soci che hanno fondato la Cooperativa: Enrico, Cesare e, poi, Carla. Sono nato qua e volevo semplicemente fare il contadino a tutti i costi. É la mia grande virtù, altro non so fare”.

Tutto ebbe inizio nel 1975 quando Ottavio e i suoi amici hanno iniziato a parlare di cooperativa: “Non è stato un caso – ci confessa Ottavio – avevamo voglia di cambiare il mondo, sognavamo tanto, sogniamo ancora tanto, ma allora di più”. Un vero e proprio vento del cambiamento, sicuramente influenzato dal clima sessantottino, che per questi giovani cresciuti sui colli tortonesi altro non significava che unire le forze. Così nel 1976 nasce la prima Associazione.

All’epoca Ottavio, Cesare ed Enrico erano proprietari di tre piccole aziende agricole, ma i terreni erano ancora troppo pochi, per poter fare una cooperativa. “Ci servivano più terreni – ci racconta Ottavio – e faticosamente abbiamo recuperato i poderi più marginali e più scadenti e, piano piano, siamo arrivati a questi 80 ettari lavorativi più 20 a pascolo”.

Inizialmente Valli Unite nasceva con l’idea di agglomerare più paesi e fare una stalla sociale; in quegli anni avevano chiuso tutti gli allevamenti e si iniziava a dipendere dalle industrie che producevano concimi chimici e anticrittogamici. “Noi volevano ricostruire l’equilibrio, volevamo avere gli animali in azienda, che è anche alla base dell’agricoltura biologica e della biodinamica”.

La chiave di volta, che ha permesso alla cooperativa di crescere in modo non troppo energivoro, è stata proprio la scelta di inserire Valli Unite all’interno di un’economia agricola e non all’interno di un’economia che copiava un modello più speculativo. È stata una scelta controcorrente rispetto alle norme che venivano suggerite alle nascenti cooperative dell’epoca. Ci spiega Ottavio: “Ad esempio, tutti ci volevano far costruire stalle di cemento armato alte 5 metri e copiate dall’industria. Noi abbiamo scelto di fare stalle con legname di recupero, quello che veniva buttato via dalle ferrovie. Non è stato facile, è stata la nostra prima battaglia vinta. Erano anni di sogni, ma erano anche anni di scontri”.

Un’idea del recupero che tuttora accompagna i soci e i lavoratori di Valli Unite, che nel tempo hanno saputo recuperare: tanti terreni incolti; alpeggi abbandonati dove fare pascolare gli animali nell’ottica di tenerli il meno possibile in stalla, acqua piovana – “per caduta e senza mezzi elettrici” – per bagnare a goccia tutto l’orto, legna dai boschi per il riscaldamento e, da qualche anno, si sta sperimentando anche la bioedilizia. Infatti, l’ultima costruzione sul terreno di Valli Unite è stata realizzata con paglia, legno e terra del luogo.

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